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Paesaggio
(di Angelo Ferracuti)
Quello che forse non è mai
cambiato davvero da queste parti è il paesaggio,
la sua miracolosa misura, spia concreta di un fare
antico, una operosità contadina e artigiana
priva di eccessi. Se lo immagini come un corpo, dal
livello del mare cresce senza nessuna vertigine: la
campagna dolce e abilmente lavorata che sempre rassicura
e accoglie il nostro sguardo con i suoi alberelli sparsi
cullati da un vento leggero e appena sopra il livello
del mare, poi si alza con una gradualità che
non disturba mai l'occhio che guarda, e da queste
terrazze aperte su un paesaggio che è come un
mare di terra, su un fondo le cime dei sibillini svettano
come giganti della montagna. Oltre lo sguardo c'è sempre
una linea che scopre l'orizzonte in agguato,
e ancora sotto le colline radiose, incendiate a macchie
di luce, ondulate e morbide nel loro quieto apparire
che sembrano quasi ritrarsi, il digradare sereno di
campi ed alberi, tutto questo basta ancora adesso a
farti sentire umano e troppo umano, e a ricordarti
un' Italia molto piccola che ancora per tre quarti
soprattutto natura l'esempio visivo di un modo
di concepire e stare al mondo. E il più fiabesco
dell'Italia, anche se non li vedi per davvero
gli corrono addosso furiosi e furbetti i cinghiali
disegnati da Tullio Pericoli, che con la fantasia ha
ricreato una sua immaginaria terra, guardandolo capisci
perché nel vivisezionarlo Osvaldo Licini ha
pensato di farci volare le sue Amalassunte, e Luigi
Serafini ha congetturato da ragazzo in una casa di
Pedaso il suo celebre Codex, una specie di archivio
immaginario di un mondo inesistente fantastico e surreale
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Luogo
(di Angelo Ferracuti)
In queste terre, ho sempre pensato,
s'ammansisce meglio l'angoscia, si riesce
meglio ad ammaestrarla quella bestia incontenibile
che divora dentro. Da piccolo andavo con mio padre
cacciatore di frodo per le strade bianche di polvere,
e lui mi chiamava "occhio di lince" come
fossi un piccolo indiano delle praterie. Oggi le ritrovo
ancora e mi commuovono quelle piccole strade che conservo
come fossero luoghi fiabeschi dell'interiorità.
Le mie terre vanno passeggiate e scoperte, sono come
una citazione del tempo passato. Ogni volta che ritorno
mi sento a casa, e il paesaggio è una cosa viva,
vivente, e ripenso spesso ai versi di un poeta che
ho conosciuto già vecchio, Acruto Vitali, che
fabbricava ghiaccio a Porto San Giorgio, sodale di
penna e licini, scrisse un verso sulla condizione di
chi è nato in una provincia dell'anima
come questa. Riecheggio nelle mie orecchie anche a
distanza di anni:"fuggire sempre e sempre ritrovarsi".
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Spunti di lettura del Paesaggio Piceno
(di Olimpia Gobbi)
Fra monti e mare, sul morbido
allinearsi delle colline ascolane e fermane che scendono
in fretta a bagnarsi in adriatico, la storia ha lasciato
un fitto tessuto insediativi fatto di centri per
lo più piccoli e medi, costruiti in cotto o
in pietra. Un dispiegamento policentrico il quale,
attraverso
l'organizzazione dello spazio veicola una visione
del mondo che predilige relazioni sociali ed istituzionali
orizzontali, alimentate da spirito di autonomia e
di comunità. Una rete di micro città nate
per lo più nel fervore dei secoli XI-XIII
spesso in continuità con preesistenti insediamenti
piceni e romani: un territorio, dunque, quello piceno,
senza capitale e nel contempo dalle cento capitali.
Ecco perché anche il più piccolo dei
73 comuni in cui oggi sono organizzati l'ascolano
ed il fermano esibisce un volto cittadino,
un profilo carico di decoro e di impronta urbana: piazze raccolte e
protettive, splendidi teatri storici, musei e pinacoteche,
edilizia civile e religiosa,
carica di valori estetici ed artistici. Ad Ascoli, capitale attiva
e ribelle dei piceni, una delle civiltà in
cui si articolava la penisola italica prima della
conquista di Roma ed a Fermo, nata come
colonia romana, nel 264 a.C., si è aggiunta nel Novecento San
Benedetto del Tronto. Esse , che ad un occhio esterno potrebbero apparire
le sole città meritevoli di tale nome, sono di fatto nodi fra
gli altri, seppure se nodi portanti, di un sistema cittadino diffuso
che, nell'apparente omogeneità dei profili urbanistici
sulla sommità delle colline, si rimodula con originalità e
si connette armoniosamente con la campagna, quest'ultima costruita
con la stessa cura geometrica dei centri storici da un lavoro contadino
che nei secoli ha disegnato un paesaggio così bello e curato
da nascondere la fatica da cui è nato.
La rete delle case coloniche e l'intreccio quasi labirintico delle
strade che da ogni parte conducono dentro le cinte murate dove l'una
vicina all'altra si sono raccolte per secoli le residenze dei
proprietari terrieri, grandi e piccoli laici ed ecclesiastici e il
precipitato storico
dell'organizzazione mezzadrie che ha segnato profondamente la
cultura del territorio accompagnandone la storia dalla seconda metà del
XVI secolo fino agli anni Settanta del Novecento, allorché la
piena industrializzazione e modernizzazione ne hanno chiuso il percorso.
Ma quella lunga esperienza ha lasciato in eredità lo spirito
della piccola impresa il gusto della pluriattività, i valori
della ruralità,
della socialità e dell'accoglienza.
Non per nulla definito "Terra delle Madri" dal
grande pittore Osvaldo Licini che del paesaggio e del mondo popolare
e contadino
fermano è stato
un interprete profondo, il territorio conserva la dimensione femminile
della mezzadria nella generosità calda dei suoi vini, nell'amore
non dichiarato dei suoi cibi, nel rosato degli interni delle sue case
in cotto, che di quella ruralità sono la permanenza voluta ed
amata.
"Terra delle madri" ma insieme dello spirito, vicina
costantemente al cielo a cui la legano le montagne da ogni punto sempre visibili
aperta all'infinito
a cui la richiama da ogni parte l'ineliminabile orizzonte del mare. Finito
ed infinito, reale ed assoluto finiscono qui, in questa armoniosa terra, con
l'incontrarsi e toccarsi e per così dire inscriversi nelle forme
stesse del territorio. "...Carne e spirito e natura",
parole del trecentesco ed inquieto intellettuale ascolano Francesco Stabili,
sono
dunque la cifra interpretativa del territorio, l'ossimoro che i piceni
quotidianamente sperimentano specchiandosi nel loro paesaggio il quale a sua
volta ne restituisce
ricerca e sensi.
Una ricerca fatta come si è detto di relazioni profonde con la
terra e con le radici di prudenza che non ama distruggere quanto ricevuto
dal passato, che ai salti ed alle cesure preferisce le persistenze, come
testimonia il patrimonio storico artistico, in particolare quello di
Ascoli e Fermo con le sue chiese romaniche e la sua raffinata architettura
civile pubblica e privata, perlopiù leggibili nella stratificazione
delle epoche e degli stili spesso volutamente lasciati a testimoniare
la continuità dei tempi.
Tale culturale rinuncia alla dissipazione ha mantenuto una ricchezza
antica fatta di patrimonio sociale, di biodiversità, da cui
ha preso vita la più alta varietà in Italia di produzioni
agricole e tipiche nonché di saperi e di abilità artigiane
diffuse e solide, che tuttavia non hanno temuto l'innovazione e
l'industrializzazione e che continuamente si misurano con la
modernità.
Proprio dentro le competenze tradizionali ha infatti trovato forza
lo sviluppo dei principali distretti industriali che organizzano tuttora
la vita economica del territorio: quello dei cappelli, con oltre 50
aziende
pienamente inserite nel mercato internazionale, quello delle calzature
che ha affrontato la sfida della globalizzazione puntando sulla qualità e
sul design, quelli dell'agro alimentare, del freddo e della pesca
del florovivaismo. Ed insieme ai sentieri storici,nel dinamico fervore
di un lavoro perlopiù indirizzato all'essere del prodotto
ed assai spesso dimentico del suo apparire, si dispiegano nuove strade
di sviluppo, segnate da diversificate eccellenze creative: nell'arte
orafa, nell'abbigliamento, della pelletteria, della meccanica
di precisione, delle telecomunicazioni, della robotica, delle energie
rinnovabili
ed alternative.
Così la produzione di tecnologie per la navigazione satellitare
convive con le "scarpe di fossa" tutte fabbricate a mano,
e gli stili di vita di una contemporaneità aperta, dialogante
e globale si intrecciano con la partecipazione ai riti ed alle tradizioni
delle comunità, vera a tal punto da cementare i legami e le
appartenenze locali, alimentandosi di un impegno e protagonismo socio-culturale
tanto
densi da collocare la Provincia fra i primi posti in Italia per incidenza
relativa di associazioni espressive, ricreative, e di volontariato.
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